giovedì 16 marzo 2017

COSA FARE IN CASO DI RITROVAMENTO DI ANIMALI SELVATICI IN DIFFICOLTA' ?

Innanzitutto si deve sapere che alcuni ritrovamenti in apparenza fortuiti sono dovuti in realtà al sistema adottato dalla specie per la propria sopravvivenza. 

È il caso, ad esempio, dei giovani MERLI che vengono distribuiti dai genitori sul terreno o sui cespugli al fine di prevenire la perdita dell’intera nidiata. La prima regola è quella di osservare attentamente a distanza, per evitare di “soccorrere” un animale che non ne ha per nulla bisogno. Quando si trova un piccolo uccello o un cucciolo di qualsiasi specie, dunque, è meglio assicurarsi che sia effettivamente abbandonato o in pericolo di vita.

CAPRIOLO viene nascosto dalla madre in mezzo all’erba alta per difenderlo dai predatori (uomini compresi) intanto che lei si allontana per nutrirsi. Poi, qualche ora dopo, la madre tornerà a recuperare il suo cucciolo. L’odore umano, tuttavia, può essere motivo di allarme per la madre. Per cui, oltre a rimanere a debita distanza, non si deve assolutamente toccare il piccolo. Qualora la madre non tornasse entro un ragionevole periodo (alcune ore), si dovrà segnalare il ritrovamento al Servizio di vigilanza della Provincia, alle Guardie Forestali o a qualsiasi altra Forza dell’Ordine, evitando che mani inesperte prelevino il piccolo pregiudicandone la sopravvivenza.
Anche il piccolo di

RONDONI, che devono essere sempre soccorsi in quanto non sono in grado di volare partendo da terra. In alcuni casi, per esempio dopo violenti temporali, accade di ritrovare al suolo esemplari in buone condizioni, in genere in grado di riprendere il volo immediatamente con un piccolo soccorso. È infatti sufficiente aiutarli accompagnandoli con la mano a involarsi. Ma attenzione a non confondere gli adulti con i piccoli che, per essere pronti al volo, devono avere le ali più lunghe della coda. Dopo temporali o venti forti, se si ritrovano piccoli uccelli si deve valutare se sia possibile reinserirli nel nido senza disturbarne i fratelli o i genitori.
Una specie di facile ritrovamento è quella dei
Per la maggior parte delle specie la ricerca del cibo per l’imbeccata obbliga i genitori a restare per qualche tempo fuori dal nido, momento adatto alla reintroduzione del piccolo caduto.

Vale la pena di ricordare che se un animale selvatico adulto non tenta la fuga è sempre perché si trova in una situazione grave: è sotto shock, ha paura e quindi per difendersi può anche far male al soccorritore oppure spaventarsi a morte. Solo in caso di reale necessità, dunque, ci si può avvicinare all’animale.

UCCELLI, ferme restando le indicazioni già date, vanno riposti in scatole di cartone chiuse, con fori sufficienti per la respirazione. Si devono poi evitare rumori molesti e di fornire cibo (eventualmente poca acqua) e si deve raggiungere rapidamente un punto di soccorso.


mercoledì 15 marzo 2017

BEA, salvata dalla strada




15/03/2017 - Questa piccola batuffola si chiama BEA  e ha cinque mesi. E' stata recuperata agli inizi di dicembre 2016 lungo la strada in brutte condizioni dovute a malattie da raffreddamento, debilitazione e quasi cieca. Grazie alle cure veterinarie e al piccolo intervento chirurgico agli occhi oggi  è perfettamente in forma e ci vede benissimo anche se ha un occhietto leggermente più chiuso! 

Bea è dolcissima e gioca volentieri con gli altri gatti presenti in casa della volontaria che si occupa di lei! BEA ha soltanto bisogno di una mamma e di una casa! 

Si affida con controlli pre e post affido, firma modulo di adozione e con libretto sanitario in regola.

Per ogni info inviare mail a infoaacli@gmail.com


                                             (Bea al momento del suo ritrovamento)














martedì 14 marzo 2017

Trascurare il proprio cane è reato di abbandono - Sent. 375/2015 Trib. Trento

Condannato dal Tribunale di Trento un uomo che custodiva un beagle in un piccolo recinto, senza una cuccia e legato con una catena

cane beagle prigioniero

Articolo di Marina Crisafi pubblicato su www.stidiocataldi.it: 

È colpevole del reato di abbandono di animali il proprietario che trascura il proprio cane  facendolo vivere in spazi ristretti e in condizioni tali da produrgli gravi sofferenze psicologiche.

È quanto ha affermato il Tribunale di Trento con la recente sentenza n. 375/2015 (qui sotto allegata), confermando la condanna di un uomo per la colpevole trascuratezza dimostrata nei confronti del proprio cane, ma inquadrandola però nella ipotesi contravvenzionale ex art. 727 c.p. (Abbandono), e non in quella di maltrattamento di animali ex art. 544-ter c.p.
Dalle risultanze processuali, a seguito dei sopralluoghi dei carabinieri e del veterinario dell'ufficio igiene, emergeva che il cane, un beagle, era costretto a vivere in un luogo ristretto, ulteriormente limitato dall'uso della catena, privo di cuccia o altre protezioni ed esposto quindi alle intemperie, oltre che circondato dai propri escrementi. 

Valutato il compendio istruttorio, il giudice ha ritenuto provato che il cane era tenuto con modalità tali "da arrecare allo stesso gravi sofferenze", incompatibili con la sua natura, avuto riguardo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza ed anche alle acquisizioni delle scienze naturali". 

A nulla rileva, per il tribunale trentino, che dalle visite effettuate dal veterinario, peraltro a distanza, non fossero emerse "patologie o segni di sofferenza" evidenti. 

Richiamando l'orientamento della Cassazione in materia (cfr. sentenza n. 2774/2005), infatti, ha affermato il giudice "quando le condizioni in cui vengono custoditi gli animali risultino tali da provocare negli stessi uno stato di grave sofferenza, non assume efficacia esimente il fatto che in conseguenza di tali condizioni di custodia l'animale non abbia subito vere e proprie lesioni dell'integrità fisica". 

Per cui, anche se non è emersa una dolosa volontà di cagionare al cane lesioni o di sottoporlo alle altre condizioni previste dall'art. 544-ter c.p., la condotta dell'uomo va senz'altro ricondotta nell'ipotesi contravvenzionale di cui all'art. 727 c.p.
 
Da qui la condanna al pagamento di 2.500 euro di ammenda, oltre al risarcimento dei danni, di pari importo, all'Organizzazione Italiana Protezione Animali (OIPA), costituitasi parte civile, nonché alla rifusione delle spese legali.


(www.StudioCataldi.it) 

Stressare gli animali è reato - Sent. Cass. 10009/2017

La Cassazione ha confermato la condanna ex art. 727 c.p. per aver detenuto 25 gatti e un cavallo in condizioni di stress


animali domestici di varie specie

 Articolo di Lucia Izzo pubblicato su www.studiocataldi.it:

Rischia una condanna per abbandono di animali chi li detiene con modalità tali da arrecare agli stessi gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, anche se si tratta di soli patimenti psicologici. 
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, terza sezione penale, nella sentenza n. 10009/2017 (qui sotto allegata) confermando la condanna ex art. 727 c.p. a carico di una donna per aver mantenuto, all'interno di un locale chiuso concesso in comodato d'uso, 25 gatti selvatici e un cavallo, in condizioni ambientali incompatibili con la natura degli stessi animali

In particolare, a causa delle pessime condizioni igieniche del locale, gli animali avevano patito rilevanti sofferenze fisio-psichiche. I gatti, ad esempio, erano apparsi fobici rispetto alle visite degli ispettori dall'Asl e comunque molto stressati.

Inutile per la donna cercare di destituire di fondamento l'apparato accusatorio affermando che gli animali non fossero soggetti a malattie fisiche. La Cassazione rammenta che l'art. 727 c.p., rubricato "abbandono di animali", punisce, al comma 2, la condotta di colui il quale "detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze".

Secondo la giurisprudenza, il reato in questione è integrato dalla condotta, anche occasionale e non riferibile al proprietario, di detenzione degli animali con modalità tali da arrecare agli stessi gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali.

Dunque, ai fini dell'integrazione del reato in esame non è necessario che l'animale riporti una lesione all'integrità fisica, potendo la sofferenza consistere anche soltanto in meri patimenti, la cui inflizione sia non necessaria in rapporto alle esigenze della custodia e dell'allevamento dello stesso.

Inconferenti appaiono le doglianze attoree secondo cui l'accoglienza dei felini all'interno del locale avrebbe rappresentato una misura dettata a salvaguardia degli stessi. La condanna, infatti è scattata per non aver assicurato agli animali i necessari interventi di pulizia, diretti a impedire che dalla fermentazione delle deiezioni e, comunque, dalle emissioni organiche, potessero derivare, come invece accertato, affezioni delle vie respiratorie o irritazioni alle mucose.

Neppure poteva affermarsi che le condizioni igieniche riscontrate nel locale sarebbero state simili a quelle in cui sarebbero soliti vivere i gatti randagi nonché alle condizioni che, ordinariamente, si rinverrebbero nelle stalle. Il personale della A.S.L., infatti, aveva sottolineato come le condizioni igieniche fossero assolutamente compromesse e come, da tale situazione, fossero conseguite le già richiamate affezioni respiratorie nonchè la condizione di fortissimo disagio degli animali, estremamente reattivi e fobici. 

Per i giudici la sottolineata condizione di stress e promiscuità degli animali doveva ritenersi sufficiente a integrare la fattispecie contestata, indipendentemente dalla eventuale presenza di altre malattie come la richiamata A.I.D.S. felina. Oltre che per i gatti, infatti, quanto affermato vale anche per il cavallo, che la difesa ha ritenuto non essere stato abbandonato: all'animale, tuttavia, affetto da grave zoppia non era stato somministrato il necessario antidolorifico, determinando a carico dell'equino una pacifica condizione di forte sofferenza fisica, suscettibile di integrare la contravvenzione contestata.

Fonte: Stressare gli animali è reato
(www.StudioCataldi.it)




lunedì 13 marzo 2017

Appropriazione di animali. Quando è reato - Sent. Cass. n. 18749/2013

appropriazione di animali. Quando è reato

Nella Sentenza n. 18749 del 5.02.2013, la Corte di Cassazione ha affermato che l’appropriazione di animali smarriti – nel caso sottoposto al suo giudizio un cane – integra l’illecito di “appropriazione di cose smarrite, del tesoro e di cose avute per errore o caso fortuito” previsto dall’articolo 647 del Codice Penale (abrogato dal 6.02.2016).
La Corte ha specificato che l’impossessamento di un cane smarrito rientra nelle ipotesi dei ritrovamenti avvenuti per “caso fortuito”. Sia in questa decisione, sia in quelle emesse in precedenza dalla stessa Corte, si è precisato che l’impossessamento di animali smarriti comporta la punibilità ex articolo 647 del Codice Penale in quanto gli stessi rientrerebbero nella categoria delle “cose mobili”.
Al fine di aversi la punibilità per appropriazione di animali, occorre che:
a. il soggetto non abbia restituito la cosa;
b. il soggetto abbia la volontà di convertire il possesso in proprietà, rifiutando di restituire la cosa per il fine di appropriarsene.
Nel caso quindi in cui un soggetto ritrovi un animale smarrito, lo stesso dovrà seguire la procedura prevista dall’articolo 927 e seguenti del Codice Civile, ovvero, in alternativa, potrà avvertire l’autorità del reperimento. Ciò è opportuno che sia fatto al fine di non rischiare di essere imputati per il reato di cui all’articolo 647. L’articolo 927 del Codice Civile prevede in particolare che chi trova una cosa mobile debba restituirla al proprietario e, se non lo conosce, deve consegnarla al Sindaco del luogo del ritrovamento; il tutto deve avvenire “senza ritardo”, così dispone l’articolo 927 Cod. Civ.
L’articolo 929 del Codice Civile prevede che, trascorso un anno dalla pubblicazione da parte delle autorità senza che nessuno si presenti come proprietario, la cosa appartiene a chi l’ha trovata.
Va però precisato che non può considerarsi come cosa smarrita – e dunque il reato dell’appropriazione indebita non si integra – quella che abbia su di sé impressi dei dati identificativi, come ad esempio una targa, dei numeri di matricola … (Cassazione Penale, addì 2.05.1951; Cassazione Penale, addì 7.11.1969). Allo stesso modo, non può ritenersi smarrita la cosa lasciata in un luogo per dimenticanza, quando il luogo stesso sia nella mente del proprietario: in tale ultimo caso si integra il reato di furto. E’ invece smarrita la cosa che non possa rientrare nel possesso della persona in quanto è ignoto il luogo in cui la stessa si trovi.
Questo è il testo della Sentenza n. 18749 del 5.02.2013 della Suprema Corte:

“Ragioni di diritto

Il ______ è stato tratto a giudizio con l’accusa di essersi appropriato di un cane di razza meticcia boxer di colore tigrato di nome ______, del quale era entrato in possesso per caso fortuito, rifiutandone successivamente la restituzione al legittimo proprietario. All’esito del giudizio di appello la Corte territoriale ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti dell’imputato per essere il reato estinto per prescrizione, riducendo la quantificazione del danno risarcibile alla parte civile nella misura di Euro 500,00. Il ricorso va accolto con le seguenti precisazioni.
Il reato di cui all’art. 647 c.p. prevede il fatto appropriativo di cosa smarrita della quale una persona abbia acquisito il possesso per errore altrui o per caso fortuito. Ai fini della legge penale gli animali devono essere considerati “cose”, assimilabili – secondo i principi civilistici – alla “res” in questo senso Cass. Sez. 5, 11.10.2011 n. 231; infatti posto che gli animali non possono essere considerati “persone”, giocoforza, facendo riferimento alle categorie proprie del diritto civile, essi devono essere ricompresi nel novero delle “cose” (mobili), con susseguente applicabilità delle relative fattispecie penali, fra le quali quella qui contestata, ricorrendone le relative condizioni.
Va osservato che l’art. 647 c.p., in un’ottica di unitarietà del sistema giuridico, deve essere coordinato con quanto previsto dall’art. 925 c.p. ove è previsto l’acquisto della “proprietà” dell’animale mansuefatto da parte di chi se ne sia impossessato e l’animale non sia stato reclamato entro venti giorni da quando il proprietario ha avuto conoscenza del luogo ove essi si trovano.
Ai fini dell’applicabilità dell’art. 647 c.p., occorre che l’acquisizione del possesso debba avvenire per caso fortuito o per errore altrui; l’acquisizione del possesso di una cane che si sia “smarrito”, può essere fatta rientrare fra le ipotesi di “caso fortuito”.
Secondo la decisione della Corte d’Appello, appaiono come dati pacifici il fatto che il “cane” si sia smarrito, così sfuggendo ai proprietari, venendo “raccolto” dall’imputato che non avrebbe inteso restituirlo, dubitando altresì della identità tra l’animale trovato e quello smarrito. I suddetti aspetti sono stati messi in discussione dalla difesa dell’imputato anche nella presente sede, ma non possono essere presi in considerazione sotto il profilo di una diversa ricostruzione del fatto attraverso una diversa lettura del dato probatorio, trattandosi di attività che è preclusa nella presente sede di legittimità.
Sotto il profilo di diritto si deve osservare che nella motivazione della decisione la Corte d’Appello, se pur investita della questione della sussistenza della fattispecie oggettiva dell’art. 647 c.p., non svolge alcuna indagine circa il necessario coordinamento dell’art. 647 c.p. e art. 925 c.c., con la conseguenza che non appare verificata con certezza l’integrazione della fattispecie di reato contestata: non risulta dalla motivazione della decisione, in modo preciso, quando il cane sia stato smarrito e quando esso sia stato rivendicato dall’avente diritto e se tale richiesta sia stata fatta nei termini di cui all’art. 925 c.c.. Tale mancanza costituisce vizio di carenza della motivazione su un punto essenziale della decisione, perchè investe un aspetto che ha riflessi diretti sull’applicazione della norma penale. A ciò deve aggiungersi ancora, che dalla motivazione della sentenza rimane non chiarito l’aspetto delle modalità con le quali sia stata fatta la richiesta di restituzione dell’animale e in particolare a quale persona. Anche in questo caso la omissione integra un vizio di carenza di motivazione su un punto che è stato oggetto di doglianza da parte della difesa dell’imputato.
La carenze indicate, riconducibili per un aspetto alla categoria dei vizi disciplinati dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. B) e per altro verso a quelli specificati dalla lett. e)  della medesima norma, impongono l’accoglimento del primo e del terzo motivo di ricorso, siccome parzialmente fondati, con conseguente annullamento della decisione impugnata, dovendosi ritenere assorbiti i restanti motivi.
Per le suddette ragioni l’annullamento della decisione impugnata impone il rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.

Conclusioni

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.
Così deciso in Roma, il 5 febbraio 2013”.




sabato 11 marzo 2017

Noi e nostri amici a 4 zampe - Un avvocato risponde alle domande frequenti

L’Avvocato Risponde - IO CON FIDO.COM
Fonte https://www.ioconfido.com/lavvocato-risponde/

DOMANDE FREQUENTI

Cosa bisogna fare se accidentalmente durante la guida si investe un animale?
L’art.189/9bis del C.d.S. prevede l’obbligo per l’automobilista di fermarsi, in caso di incidenti, per prestare soccorso all’animale ferito. Chi, dopo di avere investito un qualunque animale, non si fermi a recargli soccorso, rischia – una volta individuato – di essere sanzionato anche per non avere richiesto l’intervento di un veterinario o della Asl. Se ad essere investito è un animale selvatico occorre chiamare subito il 112.
Dunque, in caso d’impatto, l’obbligo è chiaro: fermarsi e prestare soccorso oppure fare accorrere sul posto un veterinario od una Forza di Polizia; in pratica occorre comportarsi proprio come se il danno fosse stato cagionato ad un umano. In attesa dei soccorsi l’animale, qualunque sia la sua mole, non deve essere rimosso. Se l’impatto provoca il decesso dell’animale, è sufficiente fare intervenire una Forza di Polizia

Se l’incidente è stato cagionato da un animale a chi bisogna chiedere il risarcimento?
Se l’animale investito è un animale domestico, la responsabilità ricade sui proprietari (art.2052 c.c.) a meno che il proprietario non riesca a dimostrare di aver messo in atto tutte le misure di custodia possibili e che la fuga o lo smarrimento sia avvenuta per caso fortuito. Per i cani, la presenza del microchip consente di risalire al proprietario. Se non c’è microchip, la responsabilità è del Comune. Per gli animali selvatici le cose si complicano notevolmente. Le leggi 968/77 e 152/92 considerano la fauna selvatica patrimonio indisponibile dello Stato. Tuttavia è altrettanto vero che per l’art.117 della Costituzione� la tutela della fauna selvatica e della caccia è di competenza delle Regioni. Ai sensi dell’art.2043 c.c. dunque, le Regioni devono adottare tutte le misure di competenza per evitare che la fauna selvatica arrechi danni a cose o persone. La Corte di Cassazione (Sez.III, n.60 dell’8.1.2010) ha stabilito che “La responsabilità aquiliana per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all’Ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata”. Se il sinistro avviene in autostrada, è tutto molto più semplice perché le strade sono tutte fornite di guardrail, perché l’automobilista paga un pedaggio e dunque, l’autostrada ha l’obbligo di garantire la massima sicurezza. In tal caso non sarà l’automobilista a dover dimostrare la responsabilità della società Autostrade ma sarà quest’ultima a dover dimostrare di aver adottato tutte le cautele idonee ad evitare l’evento.

Cosa accade se il nostro amico a 4 zampe abbaia persistentemente in un condominio?
Dobbiamo innanzitutto ricordare che, come sancito dalla Suprema Corte di Cassazione, abbaiare è un diritto del cane. Tuttavia tale diritto può andare a collidere con il diritto al riposo dei vari condomini ed integrare, talvolta, il reato di disturbo alla quiete pubblica. Ai fini dell’integrazione di tale reato, sarà necessario valutare se, in concreto, il rumore provocato dai cani sia davvero tale da ledere la quiete pubblica e non solo la tranquillità di uno o più specifiche persone. Ne discende che se il latrato dell’animale lede una sola persona, non potrà ritenersi integrato il reato di disturbo alla quiete pubblica. Come sancito dalla sentenza n. 7392/15 della Cassazione Penale, i rumori, dunque, dovranno raggiungere potenzialmente un numero indeterminato di persone non essendo sufficiente, sempre ai fini dell’integrazione del reato di cui sopra, che ad esser disturbati siano solo pochi soggetti. Tali emissioni di rumori, inoltre, dovranno essere accertate attraverso idonei strumenti di rilevazioni sonori e parametrati ad una molteplicità di elementi (rumori di sottofondo, reiterazione del suono, rumori di sottofondo etc.).

Può un condomino vietare la detenzione di un animale di compagnia all’interno di un condominio?
Assolutamente no. In virtù dell’art. 1138 del Codice Civile, così come modificato dalla legge 220/12, “Le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici.” La delibera che eventualmente ne vietasse la detenzione è passibile di impugnazione dinnanzi al Giudice di Pace entro 30 giorni dalla data della deliberazione (per i dissenzienti o astenuti) o dalla data di ricevimento del verbale per gli assenti.

E’ possibile seppellire un animale nel proprio giardino di casa?
L’attuale normativa consente di seppellire in giardino il proprio animale solo nel caso in cui non sia morto a causa di una malattia infettiva poiché in tal caso vi è possibilità di inquinare le falde acquifere. In tal caso occorrerà comunicare il decesso alla ASL di competenza indicando le dimensioni della carcassa e dello spazio che verrà utilizzato, al fine di ottenere la relativa autorizzazione. In via alternativa, la carcassa potrà altresì essere cremata individualmente o pubblicamente o, ancora, seppellito in uno dei più vicini cimiteri per animali.

Esistono dei limiti alla possibilità di detenzione degli animali in condominio?
Si, nel caso in cui la detenzione possa arrecare un serio pregiudizio agli altri condomini sotto il profilo della quiete o dell’igiene. In tal caso, i condomini contrari alla presenza di un animale domestico dovranno provare la fondatezza della loro pretesa attraverso perizie tecniche, certificazioni, documenti.

La vendita ambulante/itinerante di animali vivi è legale?
Occorre fare riferimento alla normativa contenuta nel regolamento comunale o, allorché non si esprima in tal senso, occorre il regolamento di polizia urbana. Se nemmeno questo esiste, si deve fare riferimento alla legge regionale.

I miei vicini mi creano problemi con la gestione delle colonie feline, cosa devo fare?
Non possono impedire ad una persona di curare le colonie e inoltre non devono compiere atti tali da mettere a repentaglio la vita degli animali.

A chi appartengono i cani senza proprietario?
I cani senza alcun proprietario sono di proprietà del Sindaco. Allorché venga ritrovato un cane senza microchip, fatte le opportune ricerche al fine di individuare se effettivamente abbia un proprietario, in caso di esito negativo il cane verrà chippato ed iscritto all’anagrafe canina al fine di affidarlo a privati che se ne prendano cura.

I nostri vicini possono accendere fuochi d’artificio durante le feste locali?
Nessuna norma all’interno del nostro ordinamento consente l’utilizzo di fuochi d’artificio. Anzi, l’art. 703 del Codice Penale dispone che “Chiunque, senza la licenza dell’autorità, in un luogo abitato o nelle sue adiacenze o lungo una pubblica via o in direzione di essa spara armi da fuoco, accende fuochi d’artificio o lancia razzi o innalza aerostati con fiamme o, in genere, fa accensioni o esplosioni pericolose, è punito con l’ammenda fino a euro 103. Se il fatto è commesso in un luogo ove sia adunanza o concorso di persone, la pena è dell’arresto fino a un mese”. Purtroppo ciò deve anche fare i conti con le tradizioni e gli usi locali.

Quando si può rinunciare alla proprietà di un animale da compagnia?
Solo in casi di sopraggiunta incapacità fisica o sopraggiunta impossibilità economica che non consentano di fornire all’animale le adeguate cure.

Come mi devo comportare se vedo un animale sulla carreggiata in autostrada?
Occorre chiamare il 112 o il 113 ed il responsabile della gestione e della sicurezza autostradale, l’ANAS, che attraverso le proprie autorità competenti bloccherà il traffico e provvederà al recupero dell’animale.

Come mi devo comportare se vedo un animale intrappolato?
Deve chiamare i Vigili del Fuoco che provvederanno a recarsi sul posto e a liberare l’animale intrappolato.

Cosa devo fare in presenza di un animale ferito?
Occorre contattare immediatamente la Polizia Municipale territorialmente competente la quale, a sua volta, prenderà contatti con la Asl veterinaria ed il veterinario del posto.

Quali sono i compiti delle Asl in materia di tutela animale?
I compiti delle ASL sono innumerevoli e di fondamentale importanza. Vanno dalla prevenzione del randagismo attraverso la sterilizzazione di cani e gatti randagi o recuperati sul territorio, alla verifica del benessere degli animali attraverso sopralluoghi sul posto in caso di denuncia.

Quando serve il passaporto per gli animali?
Il Regolamento CE n. 998/2003 (e successiva modifica del 30 marzo 2004) dell’Unione europea stabilisce che cani, gatti e furetti che viaggiano nei paesi dell’Unione Europea devono avere un passaporto. Il documento identificativo, rilasciato dalle Asl, è obbligatorio dal 1° ottobre 2004. Per verificare che il passaporto appartiene a quel determinato cane o gatto, le ASL, prima di rilasciarlo, dovranno verificare che sia presente il “microchip indicativo” che viene “iniettato” sotto la cute dell’animale dai veterinari autorizzati, in una parte del corpo che verrà poi specificata sul passaporto (esempio: spalla destra, sinistra collo etc.) insieme al numero del microchip. Il passaporto è necessario per tutelarsi dai rischi sanitari e deve contenere i dati anagrafici del proprietario dell’animale, deve certificare le eventuali vaccinazioni effettuate all’animale e obbligatoriamente la vaccinazione antirabbica effettuata almeno ventuno giorni prima della partenza. Nel caso di Gran Bretagna, Irlanda e Svezia, sarà necessario anche un test immunologico di verifica degli anticorpi della rabbia da effettuare nei tempi richiesti da ciascun Paese. Ventiquattro ore prima della partenza il veterinario certificherà, apponendo un timbro sul passaporto, che l’animale è in condizioni di salute idonee per il viaggio.

Normativa nazionale
Legge n. 281/91 – Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo.
Legge 244/2007 art. 2 comma 371 – modifica l’art. 4 della Legge n. 281/1997 e prevede la presenza nei canili di volontari preposti alla gestione delle adozioni dei cani come condizione essenziale perché i Comuni possano stipulare convenzioni con le aziende private per la gestione dei canili.
Accordo Stato Regioni del 6.02.2003 – norme per la detenzione e il commercio di animali da compagnia
Decreto Legislativo n. 116/92 – dal 1° gennaio 2017 verrà abrogato dal D. Lgs. 26/2014. Attua la Direttiva n. 86/609/CEE in materia di protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici, stabilisce norme sugli spazi riservati agli animali da esperimento.
Decreto Legislativo 26/2014 – in attuazione della Direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, abroga il precedente D. Lgs. 116 /92 e sarà in vigore dal 2017; contiene nell’ allegato III norme sugli spazi riservati agli animali da esperimento. Tali spazi minimi, ai quali non si può derogare, riguardano i canili sanitari di prima accoglienza dove i cani devono restare per il breve periodo in cui vengono loro somministrate le prestazioni sanitarie obbligatorie (sverminazione, vaccinazione, sterilizzazione, eventuali cure urgenti di patologie presenti alla cattura), nei canili rifugio, dove i cani entreranno successivamente, le condizioni devono tenere conto – come affermato dalla L.R. 34/97 art. 5 – delle loro esigenze etologiche e del tempo di permanenza che può essere anche molto lungo, prima dell’adozione.
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale, redatta dalla Lega Internazionale dei Diritti dell’Animale, presentata a Bruxelles il 26 gennaio 1978 e sottoscritta da personalità del mondo filosofico, giuridico, scientifico; successivamente è stata proclamata a Parigi, presso la sede dell’ Unesco il 15 ottobre 1978.
Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani. G.U. Serie Generale n. 68 del 23 marzo 2009
Legge 20 luglio 2004, n.189 relativa alle “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate”.
Gazzetta Ufficiale n. 178 del 31 luglio 2004

Non hai trovato quello che cercavi? Invia una email a: francesca-menconi@virgilio.it. I quesiti di interesse generale e le relative risposte verranno pubblicati nella pagina “L’Avvocato Risponde”.
Per una consulenza personalizzata l’Avvocato Francesca Menconi riceve su appuntamento. Cell: + 39 329 8059844